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Still Life secondo Ludovico Fossà

Questo 2023 vogliamo iniziarlo così, con uno dei nostri buoni propositi per questo anno nuovo: portare lo Still Life in Accademia. Per avvicinarci a questo genere fotografico e capire un po' cosa voglia dire davvero fare Still Life, vogliamo proporvi la visione di Ludovico Fossà, un esponente della fotografia di still life in Italia, da poco entrato a far parte del team docenti di Accademia. Lasciamo quindi direttamente a lui la parola...


Still Life, secondo me.

Premessa.

In questo articolo vorrei esporre il mio pensiero sul concetto di “sintesi” nello Still Life. Ovvero: eliminare l’idea che Still Life significhi semplicemente la realizzazione di foto d’oggetti inanimati. Lo Still Life richiede un progetto, una meditazione, attenzione e molta pazienza.

Cominciamo da una considerazione che potrebbe sembrare banale, ma che al contrario non lo è affatto. A tutti noi è capitato, quando frequentavamo le scuole elementari, di dover realizzare dei disegni alla fine di dettati, riassunti, temi o le versioni in prosa. Sarà capitato sicuramente di dover disegnare una casetta. La classica casetta, con la sua stradina che si infilava direttamente dentro l’uscio.

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Il problema nasceva quando dovevamo rappresentare le finestre con il loro vetro. Come facevamo per far capire, dal nostro disegno, la presenza del vetro? Problema di soluzione non così scontata: il vetro è trasparente, è invisibile. In un certo senso visivamente impalpabile.

Lo facevamo, semplicemente, tracciando delle leggere linee oblique.


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Sfido chiunque ad aver osservato, nella realtà, quelle linee oblique sui vetri delle finestre. Eppure quei semplici tratti, seppur del tutto innaturali, ci fanno subito pensare alla presenza del vetro. Soffermiamoci un attimo su cosa accade. I nostri occhi registrano quell’informazione. Il nostro cervello la analizza, la elabora e la trasforma in un “concetto”. In sostanza, pur “leggendo” un’informazione non rispondente alla realtà, noi riusciamo, con tutta naturalezza, a “tradurla” in una realtà. In una verità.

Lo Still Life è molto concettuale, occorre spesso fare un ragionamento che provo a sintetizzare con un esempio: Quando si pensa a un cavallo, non si ha nella mente l’immagine di un cavallo baio o bianco, o di qualche razza particolare. Nella nostra mente si forma un’immagine della “media” dei cavalli. Abbiamo fatto una sintesi del concetto. Abbiamo pensato al “concetto di cavallo”.

Un classico esempio: se proviamo a fotografare una pentola d’acciaio lucido nel suo abituale contesto, la cucina, lasciandola in luce ambiente o illuminandola solo col flash attaccato alla macchina, otterremo una pentola quasi del tutto nera nella quale si riflette tutta l’intera cucina e un puntino bianco che è il nostro flash. Nella nostra testa invece, l’immagine che si forma non è per niente così. Noi immaginiamo una pentola di acciaio, bella lucida, con delle superfici belle bianche. Come mai? Perché noi facciamo la “media” di tutte le situazioni in cui abbiamo osservato una pentola. Come dire che in testa ci facciamo un film della pentola in tutte le posizioni possibili e la riduciamo a una immagine fissa che diventa il concetto di pentola.

Una dimostrazione di quanto detto sia reale, è questa: Se osserviamo il ritratto di una persona il cui volto ci è ben noto (amico, parente) non abbiamo alcuna incertezza nel riconoscerla. Se, al contrario, osserviamo un ritratto di una persona sconosciuta, al momento nel quale abbiamo l’occasione di vederla di persona, spesso non siamo in grado di riconoscerla. Perché? La conoscenza visiva di una persona è determinata dalla quantità di informazioni archiviate nella nostra memoria, dalla quantità delle istantanee che riduciamo a un’immagine fissa. Ne facciamo, in ultima analisi, una sintesi. Una particolare istantanea è quindi compresa all’interno della nostra sintesi, quindi viene riconosciuta. Al contrario, non avviene tutto ciò se, come unico dato disponibile, abbiamo solo una particolare espressione, una particolare angolazione di ripresa. Un’unica istantanea appunto, e non la sintesi.

Nello Still Life (parliamo in generale naturalmente), l’intento è quello di fotografare l’anima dell’oggetto che diviene soggetto. Questo comporta un approccio mentale particolare, molto specifico. Per inciso, questa è una ricetta che vale per qualunque genere ovviamente: Molte foto dei Maestri del Reportage sono affascinanti proprio per questo motivo.

La prima fase per assorbire questa mentalità è l’osservazione e la capacità di critica verso le proprie foto. Si guarda qualcosa, la si fotografa, e poi, guardando la stampa, non riconosciamo più quello che avevamo visto all’interno del mirino della nostra reflex. Dobbiamo metterci in testa che ogniqualvolta osserviamo qualcosa, in un certo senso, quest’informazione passa attraverso un’emozione, la nostra esperienza (intesa come conoscenza del mondo fisico che ci circonda) e quindi la interpretiamo. Sempre! Non stupiamoci troppo se anche la fotografia deve essere “interpretazione”.

Esempio d’interpretazione.

Vorrei proporre un esempio d’interpretazione. Un tentativo di tradurre in immagini l’approccio mentale di cui fin’ora ho parlato. Una foto semplice nella sua struttura ma per la quale, proprio perché giocata tutta sulla descrittività del soggetto, ho adottato una metodologia che vorrei descrivere.

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Metodologia di lavoro:

Prima ho fotografato la bottiglia poggiata su un supporto per rialzarla e poter così far correre per tutta l’altezza il riflesso a sinistra sul vetro. Se fosse stata appoggiata su un piano non sarebbe stato possibile ottenere quell’effetto.

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Ho poi fotografato l’etichetta utilizzando in questo caso, ma non è la norma, un semplice vetro trasparente (nell’immagine si intravvede il bordo superiore) posto verticalmente davanti all’obiettivo e inclinato di 45° in modo da utilizzarlo a mo’ di specchio semiriflettente e poter illuminare, con l’ausilio di un piccolo softbox posto lateralmente, anche la parte frontale della stessa; in sostanza come se la fonte di luce fosse collocata frontalmente in coincidenza dell’asse ottico. (Questa procedura si è resa necessaria per la particolare superficie metallizzata di quell’etichetta).

Il tappo poggiato sul piano.

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Sono quindi andato avanti con il primo bicchiere, ancora sollevato dal piano per il medesimo motivo esposto poco sopra, riguardo allo scatto effettuato alla bottiglia.

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E il secondo, questa volta con ghiaccio ovviamente sintetico.

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Mancavano infine le ombre. Eccole.

La bottiglia: Il bicchiere: