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Vedere il mondo sotto una luce diversa

La fotografia nell’infrarosso vicino (prima parte, fotografia di paesaggio)


Sto lavorando nel mio studio per selezionare alcune fotografie all’infrarosso da inserire in un album fotografico ed ho sul monitor l’immagine in figura 1.


La fotografia nell’infrarosso vicino
Figura 1 - Una vista in infrarosso vicino del Lille lundgegardsvannet a Bergen, Norvegia. Macchina fotografica Canon 5D Mk II modificata full-spectrum con filtro IR pass da 742 nm.

Enrico, il figlio di un mio carissimo amico, che, con la famiglia, è venuto a farci visita, appena arrivati viene a salutarmi nello studio: sa che alla domenica lavoro spesso sulle fotografie e lui, che è alla metà del percorso di liceo scientifico, si diverte a vedere cosa faccio. L’ho visto nascere, non siamo parenti, ma mi chiama “zio”; ed io mi sento davvero suo zio. È un ragazzo curioso, cosa che, secondo me, è una dote preziosa, e fa mille domande.


“Ciao zio, che bella foto! Dove eravate?”


“Ciao Enrico, eravamo in Norvegia, a Bergen, la scorsa estate.”


“Davvero? Doveva essere molto freddo allora, perché tutto è innevato.”


“No Enrico, la temperatura era mite e di neve non c’era l’ombra. Vedi prati ed alberi bianchi perché la foto è stata scattata nell’infrarosso vicino e non sfruttando la luce visibile. Sai, il nostro occhio non percepisce radiazioni luminose con lunghezza d’onda superiore a 690 – 700 nanometri – ti ricordi, il nanometro corrisponde ad un milionesimo di millimetro – ma il sensore della macchina fotografica è generalmente sensibile sino a circa 1100 nm. I costruttori, però, per fare in modo che le foto riproducano i colori in modo molto simile a come noi li percepiamo, mettono davanti al sensore della macchina fotografica un filtro che attenua fortemente le radiazioni con lunghezza d’onda superiore ai 700 nm, in modo che il sensore abbia una risposta spettrale simile a quella del nostro occhio. Nella mia macchina ho fatto togliere quel filtro e, in questo caso, ho usato invece un filtro che fa esattamente il contrario: lascia passare solo le radiazioni tra i 742 nm ed i 1100 nm: quelle che noi non vediamo.”


“Ma allora, perché nella foto ci sono colori? Alla radiazione infrarossa, ho imparato al liceo, non sono associabili colori, perché, appunto, noi non la vediamo”.


“Hai ragione Enrico, ma, sino ad 850 – 900 nm, i sensori della macchina fotografica rispondono in modo diverso, con i loro pixel rossi, blu e verdi, alla stessa lunghezza d’onda infrarossa. Oltre i 900 nm, invece, la risposta è generalmente simile per tutti e tre i canali. Questo crea colori “illusori”, che in realtà non ci sono, e che poi, con la post-produzione, possiamo trasformare in modo da avere un’immagine armonica e gradevole: è un esercizio molto creativo; ognuno di noi può ottenere un’immagine diversa, a seconda del suo gusto e della sensazione che vuole trasmettere.”


“Ma perché hai scelto il bianco per l’erba e per gli alberi? Non è innaturale? Sembrano coperti di neve, ma mi hai detto che non lo sono.”


“Enrico, è una domanda molto pertinente: in effetti, avrei potuto facilmente ottenere le foglie degli alberi e l’erba gialli, rossastri, magenta, rosa, ma ho preferito il bianco perché, in infrarosso, è il loro colore più naturale. Hai studiato che un effetto importante della luce infrarossa, anche se non la vediamo, è riscaldare, se viene assorbita. Per evitare un riscaldamento eccessivo e conseguenti danni che potrebbero arrivare sino all’appassimento, i vegetali a foglia hanno sviluppato una struttura cellulare che, unitamente alla clorofilla, riflette i raggi infrarossi e non ne permette l’assorbimento; noi “vediamo” molto chiare, in infrarosso praticamente bianche, l’erba e le foglie degli alberi perché riflettono l’infrarosso stesso e non lo assorbono; così si proteggono dal surriscaldamento. La macchina fotografica lo registra ed i vegetali a foglia risultano chiarissimi; se guardi bene la foto, l’acqua del laghetto, il cielo, i palazzi hanno colori diversi da quelli reali, ma più simili: resta però vero che se un oggetto fotografato risulta molto chiaro significa che trasmette o riflette molti infrarossi, mentre, uno che risulta molto scuro, ne riflette molti meno. 

Vuoi un altro esempio? Guarda questa foto (Figura 2).”


“La foto mi piace molto, è una natura molto selvaggia: dove l’hai scattata e come?”


“È stata scattata nel fiordo di Aurland, in Norvegia, sempre sfruttando radiazioni luminose nell’infrarosso vicino. Di nuovo ho voluto rappresentare gli alberi bianchi, perché è la rappresentazione a mio parere più naturale; il cielo invece è abbastanza usuale, ma le nubi sono molto più accentuate del solito: un altro effetto dell’infrarosso”.


“Ma, guardandola bene, mi sembra che le rocce ed il terreno delle montagne siano molto nitidi, eppure vicino a quella cascata ci doveva essere parecchia foschia.”


“Sei un ottimo osservatore: in effetti, un’altra caratteristica dell’infrarosso è che, per una larga parte della banda utilizzata, l’aerosol acquoso (nebbia) o il vapor d’acqua sono praticamente trasparenti. È un bell’effetto da sfruttare quando si fotografa in montagna, dove spesso c’è foschia.”

La fotografia nell’infrarosso vicino
Figura 2 - Aurland Fjord. Una delle molte cascate che si riversano nel fiordo, fotografata all'infrarosso. Macchina fotografica Canon 5D Mk II modificata full-spectrum con filtro IR pass da 742 nm.

“Ma, cosa succede se si fotografa in città?”


“Se si scelgono bene gli scorci si possono ottenere risultati interessanti anche in città: guarda questa foto di Torino (Figura 3) o quella del porticciolo di Muggia, vicino a Trieste (Figura 4).”


La fotografia nell’infrarosso vicino
Figura 3 - La Chiesa della Gran Madre di Dio fotografata dal lungo Po. Macchina fotografica Canon 5D Mk II modificata full-spectrum con filtro IR pass da 742 nm.
La fotografia nell’infrarosso vicino
Figura 4 - Il porticciolo di Muggia (TS). Macchina fotografica Canon 5D Mk II modificata full-spectrum con filtro IR pass da 742 nm.

“Zio, in quella della Gran Madre gli alberi bianchi conferiscono all’immagine un aspetto veramente elegante. È una foto che potrebbe essere usata per rappresentare il concetto di “Torino città magica”.

Quella del porticciolo è interessante: vedo un solo albero, bianco, in fondo a destra; i colori delle barche e delle case sono tenui e molto uniformi; il cielo con le nubi ha un grande impatto. L’acqua del porticciolo, poi, sembra uno specchio.”


“Hai ragione Enrico: se usato per riprendere edifici, l’infrarosso tende ad uniformare i colori in grigi più o meno intensi, ma non sopprime del tutto il colore: dipende dalla tecnica di ripresa, dalla postproduzione e dalla luce.

Poi, visto che sei curioso, ti dirò che è possibile unire alla ripresa all’infrarosso vicino l’uso di altri filtri, quali il polarizzatore, i filtri grigi ND o addirittura entrambi. La foto che ti faccio vedere adesso (Figura 5), ad esempio, deriva dall’unione della fotografia all’infrarosso e dell’uso di un filtro molto scuro, che allunga di un migliaio di volte i tempi di esposizione, arrivando così anche a qualche decina di secondi. È un torrente di montagna, la Stura di Lanzo, ripresa a Balme e sullo sfondo c’era un forte temporale.”


“Sembra l’illustrazione di una fiaba! Ma avevi detto che gli alberi possono anche diventare rossi o magenta. Hai un esempio da farmi vedere? Sono curioso!”


“Ti accontento subito. Guarda questa foto (Figura 6): anche in questo caso si tratta di una lunga esposizione (30 s), come puoi vedere dalle nubi “mosse”. Ma, soprattutto, ho scelto un colore magenta per la vegetazione, che ben contrasta con il blu scuro del cielo ed il bianco delle nubi. Sai, nella fotografia all’infrarosso la creatività è infinita, ma bisogna sempre utilizzare accostamenti di tinte che vadano bene insieme e si adattino all’immagine”.


La fotografia nell’infrarosso vicino
Figura 5 - La Stura di Lanzo a Balme. Fotografia all'infrarosso con aggiunta di filtro ND 1000 per ottenere l'effetto lunga esposizione sull'acqua. ). Macchina fotografica Canon 5D Mk II modificata full-spectrum con filtro IR pass da 742 nm.
La fotografia nell’infrarosso vicino
Figura 6 - Il monte Pelvo  da Casteldelfino (CN) in elaborazione magenta. Macchina fotografica Canon 5D Mk II non modificata, con filtro IR pass da 720 nm. Esposizione 30 s.

“Molto di impatto: spettacolare. E, di nuovo, come è nitida la roccia del monte!”


“Bene Enrico, adesso andiamo a salutare i tuoi genitori e mettiamoci a tavola. Dopo pranzo, se vuoi, ti mostrerò ancora qualcosa della fotografia all’infrarosso: un tema più impegnativo e meno seguito: i ritratti.”


A presto con la seconda parte! 😉


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