Dentro la storia: lo storytelling nel fotoreportage sociale
- Federico Tovoli

- 14 mar
- Tempo di lettura: 5 min
Fare storytelling fotografico sociale implica un coinvolgimento personale abbastanza totalizzante, il cui scopo è narrare la storia attraverso immagini che facciano dire "wow".
Il fotoreportage sociale è un settore tanto ambito da quei fotografi che si sentono addosso un impegno serio, una sorta di missione da compiere. Il dibattito è aperto circa il potere della fotografia di cambiare il mondo.
La famosa campagna della F.S.A degli anni trenta americani ed anche il film Furore portarono alla ribalta la condizione tragica dei contadini americani durante la grande depressione. Una delle immagini, The migrant mother , di Dorothea Lange è divenuta l'emblema della grande depressione.
Come lo studente che blocca i carri armati a piazza Tienammen fu quell'immagine simbolo che tutti ricordano. Vedono, ricordano, pensano, forse agiscono. Probabilmente la funzione della fotografia sociale continua ad essere importante e dunque ben venga chi si occupa di illustrare problemi ed anche storie di risoluzione degli stessi, storie positive destinate ad un pubblico, purtroppo overdosato di immagini di ogni tipo.
Il tema di questo post però non è una disquisizione sull'importanza dello storytelling sociale, quanto come ottenere quelle belle immagini che ordinate in una sequenza di senso compiuto, l'editing, possano far dire "wow" a chi le guarda, sia esso uno svogliato photo editor col timing pressante o uno dei tanti spettatori di mostre e festivals specifici.
Dò per scontato che un fotografo che si dedica a questo tipo di storytelling, al documentario sociale abbia la totale padronanza della tecnica fotografica, sarà più raro ritrovarsi con la lice giusta e lo spazio adeguato che non seguire cose che accadono in spazi ristretti, con luci orribili, ambienti brutti e magari esterni col sole a picco delle undici del mattino in estate. Il buon fotoreporter deve saper portare a casa le belle foto da ogni situazione
Personalmente in ogni shooting che faccio scatto molto, guardo e scatto, converso e scatto, ripongo le fotocamere solo quando son certo che è finito tutto e me ne posso andare, fino ad allora la famosa foto con la effe maiuscola potrebbe passarmi vicina e trovarmi impreparato. Ma è una scelta personale, come quella di iniziare dalle immagini vicine per farmi accettare e poi magari allontanarmi se c'è qualche bella composizione che si meriti lo zoom teleobbiettivo.
Però penso che la riuscita della bella immagine sia una questione di stato mentale che tutti dovrebbero avere, dimenticarsi la timidezza, spegnere cellulari ed altri devices che distraggono da quel che si fa. Viversi la storia e cercare di interpretarla attraverso il proprio occhio di fotografo. Stando a quella giusta distanza che rende partecipi ma coinvolti quanto basta, perché il compito principale è di raccontare la storia, non di scendere in piazza coi protagonisti, anzi, il modo di scendere in piazza coi protagonisti è portare attraverso le immagini la loro storia ad un pubblico più esteso.
Il parto nella giungla
Il reportage era su una clinica molto ben attrezzata lungo il fiume Napo nella regione Loreto, Amazzonia nord peruviana. In un'area dove c'era poca assistenza medica statale e, come sempre in amazzonia, lo sciamano, due preti anglofoni e laureati in medicina avevano portato assistenza medica moderna, dal personale qualificato alle giuste strumentazioni.
Rimasi una decina di giorni loro ospite, dormivo nella foresteria ed una bella mattina vengo buttato giù dal letto per correre a fotografare un parto.
Mai visto prima di allora, su quel lavoro ne vidi due.
La prima foto è il primo parto, venni svegliato alle sette del mattino e corsi senza neanche l'ausilio di un caffè. La puerpera era alla sua quarta volta ma era agitatissima, io ero l'unico presente oltre il personale medico e il paziente. La situazione era tesa ed io sapevo che avrei dovuto tirarci fuori immagini buone cercando di essere il meno possibile d'intralcio. Quindi, rapidamente calcola il tipo di illuminazione da adottare, flash a bounce, capisci quali sono i movimenti e chi fa cosa, inquadra e scatta, anche se preso un po' dall'agitazione del momento il mio compito era scattare. Questa a mio avviso è la foto risolutiva poiché c'è una figura curva dinamica, quasi circolare fra medico, che spinge sulla pancia della partoriente e le due infermiere che stanno estraendo il nascituro.
La seconda foto ha come ovvio punto di attenzione lo sguardo della dottoressa, si tratta del secondo parto, una sedicenne al suo primo, e stava impartendole delle istruzioni. Solo dopo esser attratto da quello sguardo, l'occhio esplorando il resto del frame si rende conto della posizione tipica del parto. C'era meno agitazione, io mi resi conto che l'azione importante era di fronte alla partoriente, quindi decisi che la migliore inquadratura era evidenziare la posizione parto ma il mio soggetto era la dottoressa, pertanto messa a fuoco su di lei. Lo scatto venne da se quando captai quello sguardo
La terza foto invece è in un ambulatorio distaccato di quella clinica, in una comunidad lungo lo stesso fiume a circa un'ora di barca, per caso mi trovai con questa giovane madre che stava passando acqua fredda sulla testa del bambino per fargli scendere la febbre.
Tutti abbiamo nella memoria altre immagini, il fotografo Giovanni Gastel che negli anni ottanta faceva foto di moda alle modelle usando il banco ottico, sosteneva che nella memoria profonda di noi italiani c'è l'arte rinascimentale. Vero!
Cresciuto coi grandi maestri della fotografia novecentesca in questa situazione rividi la foto del morbo di Minamata del grande W.E Smith che fa parte dei miei preferiti di sempre, fortunatamente la situazione era tranquilla e scattai dopo aver scambiato qualche parola con la madre , ma la tensione madre figlio e la sofferenza di quest'ultimo si notano dalle loro espressioni e posizioni
Madres de Plaza de Mayo
Le Madres de Plaza de Mayo sono da sempre figure pubbliche, per loro è normale farsi fotografare, lo era anche nel 2007 quando gli smartphone non esistevano e, dato che per altre ragioni mi trovavo a Buenos Aires mi dedicai tre giorni ad un reportage su di loro.
Entrambe le foto fanno parte del pomeriggio di giovedì, quando sfilano in Plaza de Mayo, lo fanno dal 1977, nella prima si nota l'estrema confidenza, l'ignorare del tutto il fotografo.
La foto è estremamente chiara, esser dentro la storia significa esporla in maniera chiara, come diceva Robert Capa, se non son venute bene non eri abbastanza vicino, difficilmente son stato scacciato.
Stessa regola applicata alla seconda foto che è risultata talmente esplicita dall'essere utilizzata come foto di apertura in Olanda.
Vicino il giusto da contestualizzarla, l'uomo che fuma e guarda in macchina sembra simboleggiare l'indifferenza ancora presente in certi strati della società argentina per la quale i desaparecidos erano terroristi, pochi e colpevoli.
Star vicini non necessariamente deve significare infilarsi col grandangolo ad un metro dall'azione, ci possono esser situazioni che si meritano una composizione tele.
Le poche volte che mi è capitato di litigare perché avevo fatto le foto è successo per scatti da lontano, prevedendo questo comprensibile fastidio mi presentai, spiegai il perché fossi li a fotografare e poi mi allontanai.
Se questo tipo di fotografia ti appassiona, o se senti il desiderio di sperimentare in prima persona il racconto fotografico della realtà, abbiamo organizzato un workshop dedicato allo storytelling e al fotoreportage sociale.
Un’occasione per mettersi alla prova sul campo, affinare lo sguardo e imparare a costruire immagini capaci di raccontare davvero una storia. 📷














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