Storytelling fotografico (e non)

Aggiornamento: 3 giorni fa


Parliamo di un tema che è sempre più presente nella nostra quotidianità, a volte fin troppo abusato, venduto, mistificato: lo Storytelling. La prendiamo alla lontana per capire la forza che le narrazioni hanno nella vita di ognuno di noi, anche inconsciamente, e vedere come, insieme alla fotografia, possano essere uno strumento di comunicazione molto potente. Recita il Treccani: “Storytelling (story-telling), s. m. inv. - Affabulazione, arte di scrivere o raccontare storie catturando l’attenzione e l’interesse del pubblico.” Perché ne sentiamo tanto parlare? Si parla di storytelling aziendale, strategia di comunicazione, di comunicazione persuasiva, di visual storytelling, storytelling fotografico…ma se vogliamo tradurlo letteralmente lo storytelling è semplicemente il raccontare una storia: raccontare una storia per raccontare un prodotto, per spiegare una realtà, per convincere di un’idea. Perché sono le storie che ci toccano, ci coinvolgono a livello emozionale, e, quindi, ci influenzano e ci convincono. Ma perché siamo tanto legati alle storie? La neuroscienza oggi ci dice che l’essere umano è proprio “impostato” per raccontare e per prestare attenzione a storie ben raccontate. Facciamo allora un passo, molto grande, indietro e raccontiamo una storia. La nostra.

I Sapiens e il potere dell’immaginazione

70.000 anni fa i Sapiens, la nostra specie, se ne andava in giro per l’Africa a raccogliere frutta e cacciare animali insieme ai Neanderthal. Dimentichiamoci l'immagine cliché che illustra il processo evolutivo come un susseguirsi di diverse specie Homo una dopo l’altra: gli Homo Sapiens e i cugini Homo Neanderthalensis erano in realtà contemporanei, così come gli Homo Floresiensis e altre specie poco conosciute.

Evoluzione dell'uomo

Cosa è successo 70.000 anni fa che ha permesso ai Sapiens di differenziarsi tanto da raggiungere la supremazia su tutte le altre specie di ominidi e rimanere, di fatto, l’unica? Non i pollici opponibili, la capacità di stare eretti o di costruire utensili. 70.000 anni fa è avvenuta la Rivoluzione Cognitiva che si è basata sullo sviluppo del linguaggio. La possibilità di scambiarsi informazioni e pettegolezzi sugli altri membri del gruppo, sapere chi nel gruppo non va d’accordo con chi, di chi fidarsi e di chi no è stata alla base della cooperazione sociale, chiave della nostra sopravvivenza e della riproduzione. Ma la capacità di comunicare è condivisa anche dai Neanderthal. E allora? Lo storico Yuval Noah Harari nel suo Sapiens. da animali a Dei fornisce un punto di vista illuminante per spiegare la vera unicità dei Sapiens: è stato il potere dell’immaginazione e dell’astrazione a permettere ai Sapiens di distinguersi da tutti gli altri. La capacità di immaginare e comunicare, non solo cose tangibili e fatti concreti, ma anche cose inesistenti, possibilità e mondi “altri”. Se i Neanderthal comunicavano per avvisare i membri del gruppo della presenza di un leone, i Sapiens aggiungevano il fatto che se avessero cacciato quel leone lo spirito della savana avrebbe potuto arrabbiarsi. Ma magari se gli avessero offerto un tributo sarebbero stati elogiati. A un certo punto è sorta quindi la necessità di trovare un senso ulteriore all’esistenza che andasse oltre al nascere, vivere, morire; sono stati immaginati e, quindi, raccontati miti, narrazioni, obiettivi che sopperissero alla mancanza di significato della vita e che giustificassero i desideri e le azioni che si compivano per soddisfarli.

Queste narrazioni hanno permesso a gruppi sempre più grandi, di immedesimarsi nelle medesime storie, di riconoscersi nei valori, di provare le stesse emozioni e sentirsi quindi uniti, e di conseguenza potersi organizzare, senza dover per forza essere tutti fisicamente insieme. Ciò si è tradotto nella possibilità di controllare società più grandi, cosa impossibile per le altre specie Homo. Nella visione di Harari quindi la Rivoluzione Cognitiva, l’abilità di creare e narrare storie, è stata il punto di svolta.


Le storie, un'esigenza sociale e psicologica


Anche le società contemporanee continuano a funzionare sulla base di narrazioni e storie: sono cambiati i miti, ma tutti i gruppi sociali, da quelli più grandi come intere nazioni, a entità più piccole come può essere un'impresa, funzionano perché gli individui che cooperano al loro interno credono nelle stesse idee astratte: il denaro, la patria, un particolare brand e ciò che rappresenta... Tutte queste narrazioni insieme alle storie che raccontiamo e che ci raccontano concorrono a creare la personalità e l'identità degli individui. Secondo il prof. Dan McAdams, autore di The Stories We Live By: Personal Myths and the Making of the Self , la nostra personalità si sviluppa e trova la propria identità anche grazie al modo in cui ci raccontiamo la storia della nostra vita. L'identità è la storia della vita di una persona, «un mito personale sul quale l’individuo comincia a lavorare nella tarda adolescenza e nei primi tempi dell’età adulta, per fornire alla propria vita un senso di unità e un obiettivo per costruire una nicchia significativa nel mondo psicosociale». Le storie che ci ricordiamo e raccontiamo del nostro passato danno senso al nostro presente e creano un significato per il nostro futuro. Ma come ci raccontiamo questa storia di noi stessi?


Il viaggio dell'eroe


La stesura del racconto della nostra vita segue una struttura antichissima. È una storia che abbiamo sentito e risentito dall'inizio dei tempi e la risentiremo fino alla fine dell'eternità: da quando ci radunavamo attorno ai falò a parlare di miti e spiriti, a quando ascoltavamo le gesta degli eroi omerici; da quando, ancora, la mamma ci rimboccava le coperte da bambini con un libro di favole in mano a quando andiamo al cinema a vedere l'ultima commedia romantica holliwoodiana. Inizia con "C'era una volta" e segue una struttura ben definita: il viaggio dell'eroe

  • il nostro eroe o la nostra eroina si trova in una situazione in cui non è pienamente soddisfatto/a

  • incorre in un problema e giunge a un punto di rottura

  • incontra una guida, un aiutante che comprende le sue paure e difficoltà

  • viene chiamato/a all'azione, fatto che modificherà non solo la propria condizione, ma anche quella delle persone intorno a lui/lei

  • si arriva a un risultato che può essere un successo (commedia) o un fallimento (tragedia).

Vi suona familiare?

Ritratto maschile a colori
fotografia di Antonio Crisà

Lo storytelling fotografico


Come viene narrato questo viaggio dell’eroe? Fin dai tempi antichissimi i mezzi per raccontare le storie sono stati diversi: non solo la parola, da tramandare intorno al fuoco, ma anche il racconto visivo, con le pitture rupestri e l’esigenza di lasciare un messaggio che durasse nel tempo, di affermare la propria identità, di dire “noi siamo stati qui”.

Pittura rupestre

Le immagini e, oggi, le fotografie sono sicuramente una delle forme più dirette di comunicazione. Comprensibili da tutti, superano le barriere linguistiche, hanno la capacità di catturare l’attenzione, affascinare ed emozionare a un solo colpo d’occhio. Raccontare una storia attraverso le immagini “è mettere sulla stessa linea di mira testa, occhio e cuore. È un modo di vivere.” Le famose parole di Henri Cartier-Bresson ci dicono come sia sempre fondamentale usare la testa, per la comprensione del fatto che si sta rappresentando, l’occhio perché sia riconoscibile una forma (l’importanza della composizione), il cuore, quanto basta perché quella comprensione del mondo attraverso quella forma possa essere comunicato, possa emozionare e imprimersi nella coscienza delle persone.

Anche i racconti fotografici possono essere strutturati sul modello del viaggio dell’eroe, ma ovviamente non si potrà contare su descrizioni approfondite di personaggi o di luoghi, né su introduzioni o digressioni. È necessario quindi gestire al meglio gli elementi a disposizione per far comprendere la storia che si vuole raccontare, eliminare quelli superflui, comporre con attenzione, scegliere la tecnica corretta – che deve sempre essere da supporto e mai protagonista. Bisogna trovare un messaggio in grado di emozionare per stabilire una connessione di empatia col fruitore del racconto. Anche la scelta delle immagini e la loro disposizione in sequenza possono contribuire alla buona riuscita del racconto fotografico.


Fotografie di Enzo Pertusio

Insomma un buon story teller fotografico non si improvvisa. Sono tantissimi gli elementi da tenere in considerazione.


Ecco che nasce con Enzo Pertusio, grande artista Torinese, l'idea di insegnare, attreverso un corso/workshop molto affascinante e coinvolgente ("Progetti-amo") , questa arte del raccontare. Raccontare storie con il mezzo fotografico.


Ma quali storie? Proprio le vostre storie, quelle che vi colpiscono e vi emozionano,

partendo dalle vostre esperienze personali.


Vi accompagneremo in un percorso che vi aiuterà a dare forma al vostro racconto e a

definire il vostro linguaggio personale migliorando la resa delle fotografie prima come

immagini singole, poi come sequenze narrative sviluppando così la vostra identità

individuale.


Un percorso fotografico, un percorso personale per imparare ad emozionarsi per

poter emozionare.






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